14 marzo 2012

Shame








Quando leggevo riviste di architettura, tempo fa, questi venivano chiamati "spazi fluidi", con quel gusto ostentato per l'ossimoro, tipico della fine degli anni novanta, capace di trasformare in luogo l'utopia. Per il popolo l'archetipo è il soggiornoconangolocottura, luogo comune che confido riusciremo a debellare, grazie al palinsesto culinario del digitale terrestre. L'istanza era pretestuosamente funzionale e spazi culturali e per attività ricettive sono stati le cavie indagate con metodo. Poi, a ramengo la funzione, fluido è diventato sinonimo, senza pensare subito male, di organico. Fino a parossismi di noie informi. Relitti di questo spirito iconoclasta mediocremente coraggioso, alcuni hotel contemporanei confondono desolate halls buie, abitate da poltrone fosforescenti fatte a forma di culo, con stanzone da pranzo per rassicuranti colazioni da pensione dell'Adriatico. Ammiccanti ed allusivi sbarchi ascensori con camere in cui si può organizzare, nell'ingresso senza armadio, un party per 50 invitati, ma dove, in un metro quadrato si dorme, ci si siede in due su una poltrona sola e si ripongono vestiti e valigie gli uni sulle altre. Le immancabili arachidi salate del mobile bar con bagni che il cattivo gusto ha reso open space con pareti e porte di vetro appena appena acidato. Tutte le porte e tutte le pareti, qualora ci siano. La classicità che ammorba questo Paese non ne incoraggia "le magnifiche sorti e progressive". Scherzo, naturalmente.








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